12 GIORNI IN COREA DEL SUD: CONSIGLI ED ITINERARIO

Cosa scoprirai in questo articolo:

Partiti all’alba da Samarcanda e passati per Tashkent, con un volo diretto, abbiamo trascorso quasi due settimane visitando Seoul (Jongmyo, Gyeongbokgung, Changdeokgung con Huwon, Bukchon Red Zone, COEX/Gangnam, Lotte World Tower e Olympic Park), Suwon (Hwaseong Haenggung), Jeonju (Hanok Village, Nambu Market e bibimbap), Jeju (Jeongbang, Seongsan Ilchulbong, Udo, Jusangjeolli, Yakcheonsa) e la Seodaemun Prison History Hall. Precauzioni pratiche: per noleggiare auto a Jeju serve la patente internazionale; il Hangang Bus è entrato in funzione il 18/9/2025 (Magok–Jamsil, 31,5 km, 3.000 won).

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Dall’Uzbekistan a Seoul, e poi giù fino a Jeju e Udo: palazzi reali, mura, templi fra i grattacieli, la Red Zone di Bukchon, il bibimbap di Jeonju e la costa vulcanica dell’isola. Con gli orari verificati sui portali ufficiali.

Abbiamo appena terminato il viaggio in Uzbekistan e trovandoci ormai a metà strada ci siamo detti: perché non proseguiamo con un bel viaggio in Corea del Sud? E così, partiti all’alba da Samarcanda e passati per Tashkent, con un volo diretto siamo ufficialmente pronti a scoprire un nuovo paese!

Consigli ed informazioni utili per un viaggio in Corea del Sud

Sbrigate le pratiche aeroportuali e rapido cambio di euro in won per fare subito la Tmoney, la card valida in tutta la Corea del Sud per muoversi con i mezzi pubblici. Perfetto dunque se pianificate di spostarvi con bus e metro, ma anche con il nuovo servizio di battelli sul fiume Han, di cui parliamo più avanti perché merita un discorso a parte.

Fuori dall’aeroporto chiamiamo una corsa in taxi verso il centro di Seoul dove abbiamo prenotato il nostro Amare Hotel. Ottima struttura per la posizione ma anche per i comfort. Per i taxi a Seoul e in generale in Corea del Sud, di certo la soluzione più diffusa è Kakao Taxi. Abbiamo però visto che anche con Uber non ci sono problemi, soprattutto a Seoul.

Per navigare a piedi invece l’ideale è Naver Maps, oppure Kakao Map. Online si legge spesso che Google Maps «non funziona» in Corea: per i mezzi pubblici funziona, quello che manca è la navigazione pedonale e stradale dettagliata. Il motivo non è tecnico ma normativo: la Corea del Sud limita l’esportazione dei propri dati cartografici verso server esteri e Google non dispone quindi dei dati necessari. Scaricate una delle due app coreane prima di partire, non dopo.

In un’ora circa arriviamo nel nostro albergo, check-in, doccia e siamo subito in strada per il pranzo. Trovandoci in un quartiere molto animato, ricco di negozi, ristoranti e street food, vogliamo subito entrare nel vivo della tradizione coreana a tavola. E quindi? Il primo pasto non poteva che essere il tipico BBQ di carne da cuocere in autonomia al tavolo gustando nel frattempo contorni di ogni genere a partire dal kimchi piccante. E sì, preparatevi al piccante, vi accompagnerà per tutto il viaggio a Seoul e in Corea del Sud!

Cosa vedere a Seoul in 3 giorni (più l’ultimo)

I nostri giorni nella capitale sono tre consecutivi all’inizio del viaggio, più una giornata e mezza al rientro, prima di ripartire. Ne parliamo in fondo all’articolo, seguendo l’ordine reale del viaggio.

La nostra prima tappa nella Seoul più antica è il Jongmyo Shrine, il grande santuario confuciano dedicato agli antenati della dinastia Joseon. Costruito originariamente alla fine del quattordicesimo secolo, custodisce le tavolette spirituali dei sovrani e delle regine che governarono la Corea per oltre cinquecento anni. Rispetto ai coloratissimi palazzi reali, Jongmyo appare molto più sobrio e solenne: lunghi edifici in legno, cortili quasi vuoti e sentieri in pietra creano un’atmosfera sospesa, lontanissima dal caos della metropoli.

E qui una cosa che non ci aspettavamo. La città vera e propria conta oggi circa nove milioni e mezzo di abitanti, in calo da quando ha superato i dieci milioni intorno al 2016. L’intera area metropolitana, però, ne raccoglie più di venticinque milioni. Ecco perché ci ha colpiti così tanto: una conurbazione da venticinque milioni di persone che ci è sembrata una capitale incredibilmente calma e rilassata. Un’anomalia rispetto agli standard di molte capitali europee, ad esempio.

Nel santuario ancora oggi vi si celebra il Jongmyo Jerye, un antico rituale dinastico accompagnato da musica, canti e danze tradizionali. Il santuario è Patrimonio dell’Umanità dal 1995.

Dal Jongmyo Shrine ai palazzi reali di Seoul

Da qui ci spostiamo verso i palazzi reali, questo sarà un filo conduttore di tutto il nostro itinerario di viaggio in Corea del Sud. La sola Seoul ne conserva ben cinque: Gyeongbokgung, Changdeokgung, Changgyeonggung, Deoksugung e Gyeonghuigung. Durante i nostri giorni in città ne abbiamo visitati tre, l’ultimo al rientro. Cominciamo subito nel tardo pomeriggio di oggi dal Changgyeonggung Palace.

Il palazzo fu costruito nel 1418 con il nome di Suganggung, voluto dal re Sejong per il padre Taejong, che gli aveva ceduto il trono. Nel 1483 fu il re Seongjong ad ampliarlo e a rinominarlo Changgyeonggung, destinandolo alle donne più anziane della famiglia reale: la nonna, la madre e la zia. Tra cortili, padiglioni, laghetti e giardini, il complesso conserva anche la prima grande serra occidentale della Corea.

La sua storia presenta però anche un lato doloroso. Nel 1909, quando la Corea era già sotto protettorato giapponese, il palazzo venne declassato a parco con zoo e giardino botanico e ribattezzato Changgyeongwon, perdendo gran parte della propria funzione e dignità originaria. Il nome Changgyeonggung è stato restituito soltanto nel 1983, quando sono cominciati i restauri.

All’ingresso vedrete anche l’indicazione di un giardino segreto. Il celebre Secret Garden, chiamato Huwon, però appartiene ufficialmente al vicino Changdeokgung Palace, che vedremo nei prossimi giorni. Infatti i due palazzi erano collegati e formavano insieme il cosiddetto Donggwol, il «Palazzo Orientale», motivo per cui durante la visita vengono spesso percepiti come un unico grande complesso reale.

Breve passeggiata notturna nei pressi del nostro hotel per lasciarci catturare da neon colorati, ma ormai siamo davvero stanchi: dal viaggio iniziato all’alba, dall’afa e dal fuso. Quindi buonanotte!

Itinerario di viaggio in Corea del Sud: Seoul, giorno 2

Il nostro secondo giorno a Seoul è iniziato spostandoci prima in metropolitana e poi in autobus, fino a raggiungere uno dei tratti panoramici delle antiche mura cittadine al Naksan Park. I mezzi pubblici sono super efficienti e ricordate di parlare a bassa voce, pare ci tengano molto a questo aspetto i coreani!

Le mura di Seoul, conosciute come Hanyangdoseong, furono costruite a partire dal 1396, durante la dinastia Joseon, per proteggere Hanyang, l’antico nome della capitale. Il loro percorso originario si estendeva per circa 18,6 chilometri seguendo i rilievi montuosi che circondavano il nucleo storico della città. La fermata dove ci scarica l’autobus si trova un po’ abbarbicata e questo è ottimo come punto di vista. Dall’alto delle mura si apre una splendida vista su Seoul, dove i quartieri moderni e i grattacieli convivono con porte storiche, templi e abitazioni tradizionali.

Questo itinerario è particolarmente consigliato al tramonto e nelle ore serali, quando le mura vengono illuminate e la città comincia ad accendersi sotto di esse. Noi abbiamo optato di mettere questa come tappa iniziale in considerazione dell’ottantasei per cento di umidità.

Dopo questo primo approccio alla capitale della Corea del Sud, il nostro viaggio prosegue ma non prima di uno stop: caffè e centrifuga di anguria, un grande classico qui! Noterete spesso scatoloni fuori dai locali pieni di angurie!

Ripresa la metropolitana, ci siamo spostati verso Dongdaemun per raggiungere Heunginjimun Gate, conosciuta anche come la Porta Orientale di Seoul. Costruita originariamente nel 1396 come uno degli accessi principali alla capitale della dinastia Joseon, la porta che vediamo oggi risale alla ricostruzione del 1869. Al momento della nostra visita era chiusa, ma la struttura può essere ammirata perfettamente anche dalla strada, con il suo elegante padiglione in legno innalzato sopra la massiccia base in pietra.

Dongdaemun: dalla porta storica al futuristico DDP

Poco distante si trova il Dongdaemun Design Plaza, più semplicemente DDP, l’enorme complesso futuristico progettato dall’architetta Zaha Hadid. Abbiamo esplorato sia gli spazi esterni, dominati da superfici metalliche e linee curve, sia alcuni degli ambienti interni dedicati al design, alle mostre e alla cultura contemporanea. È uno dei luoghi che meglio raccontano le contraddizioni di Seoul: da una parte una porta secolare e alcuni resti delle antiche mura, si vedono anche le luci arrugginite del vecchio stadio, dall’altra un’architettura che sembra arrivare direttamente dal futuro. Qui il passato non scompare, ma continua a intrecciarsi con una città che cambia e avanza a una velocità impressionante. La visita qui è interessante proprio per questo: capire la rapida evoluzione di Seoul.

COEX Mall e Starfield Library: cosa vedere a Seoul

A questo punto della giornata non poteva mancare una pausa pranzo. Abbiamo quindi raggiunto lo Starfield COEX Mall, nel quartiere di Gangnam, approfittandone per mangiare un piatto di noodles tradizionali con gamberi prima di proseguire con il nostro itinerario. Ma, trovandoci proprio all’interno del centro commerciale, come avremmo potuto ignorare una delle librerie più famose e fotografate di Seoul, se non dell’intera Corea del Sud? A dire il vero noi avevamo programmato di visitare quella di Suwon, ma almeno così le vediamo entrambe!

La Starfield Library, conosciuta in coreano come Byeolmadang Library, occupa il cuore del centro commerciale con un enorme spazio aperto disposto su due livelli. A renderla immediatamente riconoscibile sono soprattutto le spettacolari librerie alte circa 13 metri, che avvolgono l’ambiente e trasformano una normale pausa tra i negozi in un’esperienza decisamente insolita. Dopo aver curiosato tra scaffali, passerelle e punti panoramici interni, siamo tornati all’esterno del COEX Mall: proprio nei suoi dintorni ci aspettavano non una, ma altre due tappe prima della conclusione della giornata.

Il monumento a Gangnam Style: molto più di una foto ricordo

Appena fuori dal COEX Mall si trova uno dei monumenti apparentemente più demenziali di Seoul: due gigantesche mani dorate incrociate, modellate sul celebre «ballo del cavallo» di Gangnam Style. Per noi nessuna foto ricordo qui, perché questa scultura possiede un significato ben più importante di quanto possa sembrare. Pubblicato da PSY nel luglio del 2012, Gangnam Style era una canzone ironica che prendeva di mira lo stile di vita ricco, appariscente e ossessionato dallo status associato proprio al quartiere di Gangnam. In pochi mesi il video si trasformò però in un fenomeno planetario, diventando il primo nella storia di YouTube a superare un miliardo di visualizzazioni.

La Korean Wave, conosciuta come Hallyu, era iniziata già negli anni precedenti, ma il successo di PSY rappresentò uno spartiacque: per la prima volta una canzone interamente coreana riusciva a entrare contemporaneamente nelle case, nelle televisioni e nei telefoni di miliardi di persone in ogni parte del mondo. Da quel momento l’espansione culturale della Corea del Sud è diventata sempre più evidente. Il K-pop ha conquistato le classifiche internazionali, i K-drama sono entrati nei cataloghi delle principali piattaforme e produzioni come Squid Game hanno trasformato storie profondamente coreane in fenomeni globali. Musica, cinema e serie televisive hanno contribuito a rendere il Paese riconoscibile, desiderabile e infine una delle mete di viaggio più ambite dell’Asia.

Quelle mani dorate non celebrano quindi soltanto una coreografia diventata virale. Rappresentano uno dei momenti simbolici in cui la Corea del Sud ha dimostrato di poter esercitare nel mondo un’enorme influenza attraverso la cultura. Un esempio perfetto di soft power che quasi tutti, impegnati a scattare una fotografia divertente, finiscono per ignorare.

Bongeunsa Temple: un’oasi buddhista tra i grattacieli di Gangnam

Dall’altro lato della strada rispetto al COEX Mall si nasconde il magnifico Bongeunsa Temple, quasi incastrato fra le torri di vetro e i moderni edifici di Gangnam. Basta attraversare il suo ingresso per lasciare improvvisamente alle spalle il traffico, gli schermi pubblicitari e i centri commerciali, ritrovandosi tra padiglioni in legno dipinto, lanterne colorate, giardini e profumo d’incenso. Il tempio venne fondato nel 794, durante il regno di Silla, con il nome di Gyeonseongsa. Fu ricostruito e rinominato Bongeunsa nel 1498, durante la dinastia Joseon, attraversando oltre dodici secoli di incendi, guerre e trasformazioni urbane.

Uno degli elementi più imponenti del complesso è la statua di Maitreya, il Buddha del futuro, alta circa 23 metri e rivolta verso la moderna skyline della città. Il fascino del Bongeunsa nasce soprattutto da questo contrasto: un luogo di preghiera e meditazione sopravvissuto nel cuore di uno dei quartieri più ricchi, tecnologici e frenetici della Corea del Sud. Da una parte i tetti ricurvi dei padiglioni tradizionali, dall’altra le facciate di vetro di Gangnam. Due immagini apparentemente inconciliabili che, ancora una volta, a Seoul convivono nello stesso spazio.

La Lotte World Tower e il simbolo delle Olimpiadi di Seoul

Per concludere la giornata ci siamo spostati nel quartiere di Jamsil, dominato dall’inconfondibile sagoma della Lotte World Tower. Ai piedi del grattacielo si estende il Seokchon Lake, un piacevole lago urbano attorno al quale passeggiare osservando i riflessi della torre e le attrazioni del vicino Lotte World. Con i suoi 555 metri e 123 piani, la Lotte World Tower è l’edificio più alto della Corea del Sud. Chi desidera ammirare Seoul da un’altra prospettiva può salire al Seoul Sky Observatory, situato ai piani più elevati della torre. Noi abbiamo preferito rimanere con i piedi per terra e dedicare l’ultima parte della giornata a un luogo dal valore storico molto più importante.

Abbiamo quindi chiamato un Uber e raggiunto l’Olympic Park, fermandoci davanti alla monumentale World Peace Gate, la Porta della Pace Mondiale costruita per i Giochi olimpici di Seoul del 1988. Quelle furono le prime Olimpiadi organizzate dalla Corea del Sud e rappresentarono uno spartiacque fondamentale nella storia del Paese. Il Paese veniva da decenni segnati dalla guerra, dalla divisione della penisola, dalla povertà e dai governi autoritari. Con quei Giochi Seoul poté finalmente mostrare al mondo la propria rapidissima crescita economica e la trasformazione in una moderna metropoli internazionale.

I Giochi contribuirono inoltre allo sviluppo delle infrastrutture, all’apertura internazionale del Paese e al rafforzamento della sua immagine. E arrivarono proprio mentre la Corea del Sud attraversava la transizione democratica iniziata nel 1987. Un secondo grande momento di visibilità sarebbe arrivato nel 2002, con il primo Mondiale di calcio disputato in Asia e organizzato congiuntamente da Corea del Sud e Giappone. In quell’occasione la nazionale coreana raggiunse sorprendentemente la semifinale, mentre le immagini delle piazze invase dai tifosi in rosso fecero nuovamente il giro del pianeta.

La World Peace Gate non è quindi soltanto il monumentale ingresso di un parco. È il simbolo del momento in cui Seoul smise di essere ricordata soltanto per la guerra e la divisione. Si presentò al mondo come la capitale di un Paese moderno, industrializzato e pronto a diventare uno dei protagonisti dell’Asia.

Abbiamo concluso la serata in un tipico ristorante coreano nel quartiere di Bangi 2-dong provando anche il tipico vino di riso da accompagnare alle solite zuppe abbastanza piccanti ma particolarmente gustose.

Seoul, giorno 3: Changdeokgung e il Giardino Segreto

La nostra nuova giornata alla scoperta di Seoul inizia dal Changdeokgung Palace, uno dei cinque grandi palazzi costruiti durante la dinastia Joseon. È probabilmente quello che meglio conserva l’armonia tra architettura e paesaggio naturale. Realizzato nel 1405 come residenza reale secondaria, divenne per lunghi periodi il principale centro politico del regno, soprattutto dopo la distruzione di Gyeongbokgung durante le invasioni giapponesi del sedicesimo secolo. Oggi è riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Il vero motivo per cui siamo arrivati fin qui, però, si nasconde alle spalle degli edifici reali: è l’Huwon, conosciuto anche come Secret Garden. Per visitarlo avevamo prenotato con anticipo, perché l’accesso è contingentato e generalmente consentito attraverso visite in orari prestabiliti. Non si tratta di un semplice giardino decorativo, ma di un’enorme area verde progettata rispettando la forma naturale del terreno, tra boschi, padiglioni, piccoli corsi d’acqua e laghetti come il celebre Buyongji. Era il luogo in cui sovrani e membri della famiglia reale potevano studiare, riposarsi, organizzare cerimonie o allontanarsi per qualche ora dalla rigida vita di corte. Passeggiando tra i suoi sentieri si dimentica quasi di trovarsi nel cuore di una delle aree urbane più popolose del pianeta! La visita dà accesso a una minima parte dell’intera superficie del giardino, ma rende bene l’idea di pace e cura riposta in questo luogo.

Insadong, il quartiere dell’artigianato

Ci siamo spostati a Insadong, uno dei quartieri storicamente legati all’arte e all’artigianato tradizionale coreano. Tra la strada principale e i vicoli laterali si trovano negozi di antiquariato, gallerie, botteghe di calligrafia, carta hanji, ceramiche, pennelli e oggetti realizzati a mano, insieme a numerose case da tè. Oggi il quartiere è diventato anche una zona commerciale molto frequentata, nella quale attività tradizionali convivono con negozi di souvenir, ristoranti e locali moderni.

Uno dei luoghi più rappresentativi di questa trasformazione è Ssamziegil, un complesso commerciale costruito intorno a un cortile centrale. Un percorso continuo sale gradualmente dal piano terra fino alla terrazza sul tetto, quasi come se fosse uno dei vicoli di Insadong. Lungo il cammino si incontrano piccoli negozi, laboratori creativi e botteghe dedicate soprattutto all’artigianato e al design coreano.

Il tempio di Jogyesa

il nostro tour alla scoperta di Seoul continua poi con un altro tempio. Jogyesa è il principale tempio dell’Ordine Jogye e uno dei centri più importanti del buddhismo seon, la tradizione coreana vicina al buddhismo zen. Il complesso moderno nacque nel 1910 con il nome di Gakhwangsa. Durante il periodo coloniale fu rinominato Taegosa e assunse il nome attuale nel secondo dopoguerra, quando il buddhismo coreano attraversò un’importante fase di riorganizzazione.

Il cuore del tempio è la grande sala Daeungjeon, utilizzata per le preghiere, le cerimonie e gli insegnamenti. Intorno si trovano alberi monumentali e file di lanterne colorate, che creano un forte contrasto con gli edifici moderni del centro di Seoul. Jogyesa è particolarmente conosciuto per il Festival delle Lanterne di Loto, lo Yeondeunghoe, organizzato in occasione del compleanno del Buddha e iscritto dal 2020 nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale. Durante il festival, il tempio e le strade circostanti vengono decorati con migliaia di lanterne e ospitano cerimonie e processioni luminose.

Pur trovandosi in una zona molto frequentata, Jogyesa conserva un’atmosfera raccolta e permette di osservare da vicino la vita quotidiana di un luogo di culto ancora pienamente attivo.

Bukchon: dentro un villaggio tradizionale a Seoul

Dal tempio ci siamo spostati verso Bukchon Hanok Village, uno dei quartieri più suggestivi di Seoul, situato proprio tra i palazzi di Changdeokgung e Gyeongbokgung. Il nome Bukchon significa letteralmente «villaggio settentrionale» e identifica un’area storicamente abitata da funzionari e famiglie legate alla corte durante la dinastia Joseon.

Oggi il quartiere conserva centinaia di hanok, le tradizionali abitazioni coreane riconoscibili per i tetti ricurvi, le strutture in legno, i cortili interni e gli ambienti progettati seguendo l’equilibrio tra uomo e natura. Alcune sono ancora residenze private, mentre altre sono state trasformate in laboratori, sale da tè, guesthouse e piccoli musei. Noi abbiamo avuto la possibilità di entrare proprio in uno di questi musei. Dentro un autentico hanok si scopre uno stile di vita molto diverso da quello che suggeriscono i modernissimi grattacieli del resto della capitale. Bukchon, infatti, non è un parco tematico ma un quartiere ancora abitato: per questo è importante visitarlo in silenzio e rispettare la privacy dei residenti.

Non troppo lontano da questa zona abbiamo trovato un posticino splendido e leggermente nascosto per il pranzo: CHON. Ovviamente super tradizionale a base di cucina coreana, che abbiamo trovato più buona dello standard.

Itinerario di viaggio a Seoul: la «Red Zone» di Bukchon

Salendo verso la parte più alta di Bukchon, il quartiere mostra il suo volto più fotografato: strette viuzze in pendenza, muri in pietra e file di tetti curvi che sembrano sovrapporsi, mentre sullo sfondo appare la Seoul moderna. È proprio qui, lungo Bukchon-ro 11-gil, che si concentrano molti visitatori. Per proteggere la tranquillità e la privacy degli abitanti, l’area è stata dichiarata «Red Zone»: il nome non indica un luogo pericoloso, ma una zona sottoposta a speciali restrizioni contro il sovraffollamento turistico.

L’accesso ai visitatori è consentito dalle 10:00 alle 17:00 e chi entra fuori orario rischia una multa di 100.000 won. Le restrizioni sono partite a novembre 2024 in forma informativa e le sanzioni vere sono scattate soltanto da marzo 2025. Una misura che ricorda come Bukchon, nonostante sia diventato uno dei luoghi più visitati e fotografati di Seoul, rimanga prima di tutto un vero quartiere residenziale. Verificate i giorni esatti sul posto o sul sito del distretto di Jongno, perché il calendario settimanale è stato più volte ritoccato.

Il Hangang Bus: Seoul vista dal fiume

Abbiamo chiuso la giornata su un battello, per ammirare una vista di Seoul dall’acqua. Non abbiamo preso una crociera turistica ma il Hangang Bus, il nuovo servizio di trasporto pubblico sul fiume Han, entrato in funzione il 18 settembre 2025. Copre 31,5 chilometri da Magok a Jamsil con sette pontili, costa 3.000 won a corsa e si paga proprio con la Tmoney.

Essendo un servizio nuovo, ha avuto una partenza complicata, e val la pena saperlo prima di contarci per uno spostamento: è stato sospeso per circa un mese dal 28 settembre 2025 per problemi tecnici ed è ripartito il primo novembre. I tempi di percorrenza reali si sono rivelati molto più lunghi di quelli annunciati, e gli annunci a bordo sono soltanto in coreano. Il nostro consiglio: prendetelo per il panorama, non per arrivare in orario da qualche parte. Per quello c’è la metropolitana.

Cena a base di spiedini, e il giorno dopo lasciamo, almeno per ora, Seoul.

Giorno 4: Suwon e il palazzo di Hwaseong

Il trasferimento da Seoul a Suwon, almeno sulla carta, era semplicissimo: treno già prenotato, arrivo puntuale e poi autobus dalla stazione fino all’area del palazzo e della fortezza di Hwaseong. Il problema è che, appena usciti dalla stazione di Suwon, non ci siamo accorti che c’erano due uscite diverse, fondamentali per capire da quale lato prendere il bus.

Così siamo saliti tranquilli sull’autobus con il numero giusto ma nella direzione sbagliata. Per qualche minuto siamo stati anche abbastanza soddisfatti di noi stessi, finché non abbiamo controllato Naver maps: invece di avvicinarci al palazzo, ci stavamo allontanando.

Dopo appena due fermate abbiamo capito l’errore, siamo scesi al volo e abbiamo deciso di non complicarci ulteriormente la vita. Abbiamo chiamato un taxi con Kakao T e raggiunto finalmente la zona di Hwaseong Haenggung.

Alla fine abbiamo perso poco tempo, ma è stato uno di quei classici momenti di viaggio in cui pensi di avere tutto perfettamente organizzato e poi basta uscire dalla parte sbagliata di una stazione per cambiare completamente il programma.

Hwaseong Haenggung era il palazzo temporaneo nel quale il sovrano soggiornava durante le visite a Suwon e i pellegrinaggi alla tomba del padre. Non era però soltanto una residenza stagionale: comprendeva uffici amministrativi, strutture militari e ambienti destinati alla corte e al governo della nuova città. I primi edifici furono costruiti già nel 1789, dopo che il re Jeongjo aveva fatto spostare la tomba del padre, il principe ereditario Sado. Il complesso venne poi ampliato a più riprese, e intorno al 1796 aveva dimensioni paragonabili a quelle di un vero palazzo reale. Era il più grande tra i palazzi temporanei costruiti fuori dalla capitale durante la dinastia Joseon.

Nel 1795 Jeongjo vi organizzò una grande celebrazione per il sessantesimo compleanno della madre, Lady Hyegyeong. La festa faceva parte di un lungo viaggio reale che univa il pellegrinaggio alla tomba di Sado, cerimonie familiari, ispezioni militari e incontri con la popolazione locale.

Durante il periodo coloniale gran parte degli edifici venne demolita o trasformata, e le date raccontano la vicenda meglio di qualsiasi aggettivo: nel 1905 l’Uhwagwan, che ospitava funzionari e inviati, fu abbattuto per far posto a una scuola elementare pubblica; nel 1911 l’edificio principale, il Bongsudang, divenne un ambulatorio; nel 1923 una parte del palazzo fu demolita per costruire un ospedale provinciale. Il palazzo che vediamo oggi è quindi in larga parte una ricostruzione realizzata attraverso scavi archeologici e documenti storici.

Il cantiere del recupero è partito nel 1989. La prima grande fase si concluse nel 2002 e il complesso riaprì al pubblico nel 2003; i lavori sono poi proseguiti e il 24 aprile 2024 sono state inaugurate le ultime aree ricostruite, fra cui proprio Uhwagwan e Byeolju, centodiciannove anni dopo la loro distruzione. Trentacinque anni di lavori per riportare il palazzo vicino alla sua estensione originaria.

Davanti all’ingresso si apre una grande piazza utilizzata come luogo di incontro e per manifestazioni, rievocazioni ed eventi culturali. Le attività, compreso l’eventuale tiro con l’arco tradizionale, non sono sempre disponibili e dipendono dalla stagione e dal programma del giorno.

Purtroppo, proprio mentre stavamo visitando Hwaseong Haenggung, ha iniziato a diluviare. Non la classica pioggerellina, ma una di quelle piogge che ti fanno capire abbastanza in fretta che il programma della giornata va completamente riscritto e che alcune tappe dovranno essere stravolte

Avevamo previsto di dedicare più tempo alla fortezza di Hwaseong e vedere con calma altri punti della città, ma con quel tempo sarebbe stato poco piacevole. Così ci siamo spostati direttamente al  Starfield Suwon, il centro commerciale in cui si trova la Starfield Library, sperando che nel frattempo il temporale si calmasse.

Spoiler: non è successo.

La Starfield Library di Suwon

La seconda Starfield Library del viaggio si trova all’interno di Starfield Suwon e rappresenta il volto più moderno della città. A differenza della sede di COEX a Seoul, lo spazio si sviluppa verticalmente su più livelli. Grandi scaffalature attraversano il cuore dell’edificio e dalle balconate si osserva l’intera struttura. Non è una biblioteca tradizionale e silenziosa, ma uno spazio culturale e di incontro aperto a tutti, utilizzato per leggere, riposarsi, partecipare a eventi o semplicemente osservare l’architettura. L’accesso è gratuito e l’orario ordinario è dalle 10:00 alle 22:00.

A questo punto, dato che il meteo ha continuato a non essere favorevole, abbiamo dato una svolta diversa alla giornata… ovvero shopping! Qualche giro nei negozi e una tappa decisamente produttiva da Olive Young, dove siamo usciti con una bella scorta di skincare e cosmetici coreani.

Nel tardo pomeriggio siamo quindi tornati verso la stazione e abbiamo preso il nostro treno per Jeonju.

Giorno 5: Jeonju, la capitale gastronomica

Jeonju è una città accogliente e a misura d’uomo, conosciuta soprattutto per il suo grande villaggio hanok e per una cultura gastronomica tra le più ricche della Corea. Il centro storico aderisce al movimento internazionale Cittaslow, nato per proteggere l’identità, le tradizioni e uno stile di vita meno frenetico. Questo non significa però che sia sempre poco frequentato: nei fine settimana e nei periodi festivi l’Hanok Village può diventare molto animato.

Jeonju è considerata una delle capitali gastronomiche del Paese e dal 2012 fa parte della Rete UNESCO delle Città Creative per la Gastronomia. La cucina locale deve molto alla fertilità della pianura di Honam, ai prodotti del Mar Giallo e alle verdure e alle erbe provenienti dalle montagne della regione. La città è inoltre strettamente associata al bibimbap, del quale conserva una delle versioni più elaborate e conosciute.

Il villaggio hanok

Siamo arrivati la sera con il treno da Suwon e non potevamo perdere l’occasione di dormire in un Hanok tradizionale. Arrivati alla nostra nuova dimora, il tempo di preparare il futon, una cena veloce e subito a dormire. il giorno dopo ci avrebbe atteso la visita di questo bellissimo villaggio. Il Jeonju Hanok Village raccoglie più di settecento edifici tradizionali ed è considerato la più grande concentrazione urbana di hanok della Corea. Non si tratta però di un villaggio medievale rimasto intatto nei secoli: il quartiere assunse la sua forma attuale soprattutto all’inizio del Novecento, quando molte famiglie continuarono a costruire e abitare case coreane tradizionali mentre il resto della città attraversava una rapida modernizzazione. Nel tempo il quartiere è diventato anche un simbolo della conservazione dell’identità architettonica coreana durante le trasformazioni urbane del periodo coloniale.

Oggi gli hanok ospitano abitazioni private, pensioni, laboratori, caffè, ristoranti e negozi, ma conservano ancora molti elementi tradizionali: le strutture in legno, i tetti ricoperti da tegole giwa, i cortili interni, il riscaldamento a pavimento ondol e i pavimenti rialzati in legno chiamati maru. Non è quindi una ricostruzione turistica creata da zero, anche se negli ultimi anni il quartiere è diventato molto commerciale.

La cosa migliore che abbiamo potuto fare è stata perderci la tre le vie del villaggio e respirarne la sua tranquilla atmosfera.

Accanto alle case tradizionali si incontrano noleggi di hanbok, botteghe artigianali e numerose bancarelle di street food. Tra le proposte più diffuse ci sono spiedini, calamari fritti, crocchette, dolci, gelati e versioni creative di piatti coreani. Non tutto quello che viene venduto, però, è una specialità tradizionale di Jeonju.

La cattedrale di Jeondong

La nostra visita continua con la Cattedrale di Jeondong. La cattedrale sorge di fronte a Gyeonggijeon e crea un forte contrasto con gli hanok e con gli edifici confuciani del quartiere. La costruzione, iniziata nel 1908 e conclusa nel 1914, combina elementi romanici e bizantini, riconoscibili nei mattoni rossi e grigi, negli archi e nelle cupole.

La chiesa venne costruita per ricordare alcuni dei primi martiri cattolici coreani. Nel 1791 Yun Ji-chung e Gwon Sang-yeon furono messi a morte dopo aver rifiutato di celebrare secondo l’uso confuciano i riti ancestrali e aver bruciato le tavolette rituali. Il cattolicesimo era arrivato inizialmente in Corea soprattutto attraverso libri e testi religiosi provenienti dalla Cina, prima ancora della presenza stabile di missionari stranieri. Il rifiuto dei riti ancestrali veniva considerato non soltanto una questione religiosa, ma una minaccia all’ordine familiare e sociale sul quale si basava lo Stato Joseon. La cattedrale permette quindi di raccontare l’incontro, e spesso lo scontro, tra la tradizione confuciana e una nuova religione arrivata dall’esterno.

Pungnammun e il Nambu Market

Dopo la visita alla cattedrale ci diamo diretti prima a Pungnammun, la grande porta meridionale dell’antica città fortificata di Jeonju. È l’unica delle quattro porte principali ad essere rimasta intatta dopo la demolizione delle mura urbane all’inizio del Novecento. La struttura richiama l’antica disposizione urbana della città e il legame tra le porte, le strade principali e le attività commerciali.

Poco oltre troviamo il Nambu Market, nato come mercato pubblico nel 1905 al posto di un precedente mercato che si teneva fuori dalla porta meridionale. Ancora oggi ospita centinaia di attività che vendono frutta, verdura, pesce essiccato, tessuti, prodotti per la casa e cibi pronti. Il mercato è un insieme di edifici. Il venerdì e il sabato sera alcune zone ospitano bancarelle di cucina tradizionale e fusion.

Tra i prodotti e i piatti più legati alla cucina locale si trovano i germogli di soia e i numerosi banchan. In particolare, il kongnamul gukbap, una zuppa calda di riso e germogli di soia particolarmente famosa in città. Ma il Nambu Market, è sopratutto un buon posto per trovare un ottimo bibimpap.

Il bibimbap di Jeonju

Jeonju è considerata la patria del bibimbap, uno dei piatti coreani più conosciuti. Gli ingredienti vengono disposti sopra il riso e mescolati solo al momento di mangiare: verdure condite, carne, uovo, germogli, funghi e altri elementi cambiano in base alla stagione e al ristorante.

Una delle caratteristiche del bibimbap di Jeonju è la cottura del riso in brodo di ossa di manzo oppure in un brodo vegetale preparato con germogli di soia. In questo modo il riso acquista più sapore e i chicchi rimangono meglio separati. Tra gli ingredienti più caratteristici possiamo trovare anche il hwangpomuk, una gelatina di fagioli mung colorata di giallo con la gardenia.

Le versioni più elaborate possono comprendere molti ingredienti: non esiste una composizione unica e oggi ogni ristorante propone la propria interpretazione. La salsa di gochujang rende il piatto più saporito e piccante; chi preferisce un gusto delicato può chiedere di servirla separatamente e aggiungerne soltanto una piccola quantità. Il bibimbap viene spesso accompagnato da numerosi banchan, un elemento caratteristico della cucina della regione di Jeolla, famosa per l’abbondanza e la varietà dei contorni.

Tutto questo girare ci aveva messo fame, e quale migliore occasione per assaggiare una delle specialità della Corea del Sud nella sua patria? abbiamo quindi trovato un localino dentro al mercato, vedendolo da fuori non ispirava grande fiducia, invece è stato il bibimbap più buono del nostro viaggio.

A fine giornata il nostro tempo a Jeonju era finito, ci siamo diretti di nuovo in stazione a prendere il treno per Gwangju. Attenzione, però, Gwangju per noi è stata solo una sosta di servizio.

Giorno 6: da Gwangju a Jeju, e un documento che serve davvero

Abbiamo appena detto che per noi Gwangju è stata solo una sosta di servizio, si perché da qua abbiamo preso il volo per il luogo che avrebbe dato una svolta diversa al nostro viaggio. Direzione Jeju!

Arrivati a Jeju la prima cosa che abbiamo fatto è stata il ritiro dell’auto alla Lotte Rent-a-Car. Qua ci teniamo a dire una cosa: a Jeju l’auto è praticamente indispensabile. Per noleggiarla da stranieri serve la patente internazionale oltre a quella italiana. Va richiesta in Italia prima di partire, non si ottiene sul posto, e senza quella il noleggio viene rifiutato.

Ritirato il nostro bolide, ci siamo diretti in direzione Seogwipo, sulla costa meridionale, la nostra base sull’isola per le prime due notti.

Ma prima ci fermiamo lungo strada, ci aspetta un ottimo pranzo da Tamna Haedong Bapsang, un localino trovato per caso su Naver maps ma che ci ha regalato uno dei pasti migliori di tutto il viaggio.

A seguire ci siamo fermati per visitare l’Osulloc Tea Museum. Il primo e il più grande museo del tè della Corea. L’ingresso è gratuito e l’orario ordinario va dalle 9:30 alle 18:00, con chiusura alle 17:00 in inverno. Dall’osservatorio si vedono i campi di tè e, nelle giornate limpide, l’Halla, il Sanbang e il Songak. Se siete amanti del tè, del matcha e di tutti i prodotti affini, qua si può fare tanto shopping a prezzi convenienti.

Abbiamo finito la nostra giornata con un po’ di relax su una spiaggia trovata per caso, di cui purtroppo non ricordiamo il nome.

Giorno 7: la costa sud di Jeju

La cascata di Jeongbang

La mattina è iniziata con la visita a Jeongbang, una delle cascate più particolari di Jeju. L’acqua scende per circa 23 metri da una parete vulcanica e raggiunge direttamente la costa, creando un forte contrasto tra la cascata, le rocce vulcaniche e il mare. È l’unica cascata della Corea nella quale l’acqua, proveniente dall’entroterra, cade direttamente sul mare.

Dal parcheggio si raggiunge la base della cascata scendendo una scalinata. Il percorso richiede solo pochi minuti, l’ultimo tratto si sviluppa su grandi massi irregolari che possono essere scivolosi, soprattutto dopo la pioggia o quando vengono raggiunti dagli spruzzi.

La spiaggia di Pyoseon

Dopo la visita alla cascata, la parola d’ordine di oggi è Relax. Ci siamo quindi spostati a Pyoseon Beach che si trova lungo la costa sud-orientale di Jeju ed è una spiaggia molto ampia. È conosciuta soprattutto per il fondale basso e per il modo in cui cambia aspetto con la marea. Quando il mare si ritira emerge una grande distesa di sabbia chiara, perfetta per passeggiare. Con l’alta marea, invece, l’acqua ricopre gradualmente la spiaggia formando una sorta di grande piscina naturale poco profonda. Proprio per il fondale dolce e poco profondo è considerata una delle spiagge più semplici dell’isola per fare il bagno.

Le scogliere di Jusangjeolli

Prima di rientrare in hotel, abbiamo fatto alcune soste. La prima, le scogliere di Jusangjeolli, lungo la costa di Jungmun-Daepo. Queste scogliere sono una delle testimonianze più spettacolari dell’origine vulcanica di Jeju. La parete è formata da migliaia di colonne di basalto affiancate, alte complessivamente tra i 30 e i 40 metri e distribuite per circa un chilometro. Le colonne si sono generate quando una spessa colata di lava si è raffreddata, contraendosi e fratturandosi lungo linee piuttosto regolari. Sono nati così pilastri con quattro, cinque o sei lati, spesso simili a enormi esagoni di pietra sovrapposti. Ci ha ricordato un po’ le Giant’s Causeway visitate durante il nostro viaggio in Irlanda del Nord

Il sito è riconosciuto come Monumento naturale nazionale. Si può visitare attraversando sentieri e piattaforme panoramiche affacciate sulla costa.

Il tempio di Yakcheonsa

Ultima tappa della giornata, Yakcheonsa è uno dei templi più imponenti di Jeju. In origine qui si sorgeva un piccolo eremo chiamato Yaksuam, vicino a una sorgente alla quale venivano attribuite proprietà benefiche. Il nome Yakcheonsa significa infatti «Tempio della sorgente medicinale».

Il complesso ha raggiunto le dimensioni attuali soprattutto a partire dal 1981, quando il monaco Hyein ne promosse l’ampliamento. La grande sala Daejeokgwangjeon fu completata nel 1996: è una struttura moderna in cemento, ispirata però all’architettura buddhista dei primi anni della dinastia Joseon. Con i suoi cinque piani e i suoi 29 metri di altezza, domina l’intero complesso e può essere vista anche da una certa distanza. All’interno si trova una grande statua del Buddha Vairocana, affiancata dal Buddha della Medicina e dal Buddha Amitabha. Davanti alla sala principale vediamo anche un’enorme campana di circa 18 tonnellate.

La visita è interessante proprio perché mostra il buddhismo coreano come una realtà ancora viva e contemporanea, non soltanto come una testimonianza del passato. Visitarla nel pomeriggio permette di godersi il posto in totale silenzio, consigliamo una visita.

Giorno 8: la costa orientale di Jeju

Oggi si cambia nuovamente zona, la nostra base per le prossime due notti sarà infatti la costa est dell’isola.

Prima tappa della giornata Honinji: un laghetto con passerelle in legno, rocce vulcaniche e vegetazione. È una sosta breve da trenta o quarantacinque minuti, adatta se volete riposarvi un po’ senza camminare troppo.

Seopjikoji

Dopo la visita veloce a Honinji ci siamo spostati per visitare Seopjikoji, un promontorio vulcanico che si allunga nel mare lungo la costa orientale di Jeju, poco a sud di Seongsan Ilchulbong. Qua vediamo grandi prati aperti, scogliere, rocce vulcaniche e terreni rossastri. In primavera la zona è particolarmente conosciuta per le distese di colza gialla, mentre durante il resto dell’anno ha un aspetto molto aperto e selvaggio. Da diversi punti del percorso si vede in lontananza Seongsan Ilchulbong, che domina la costa.

Uno degli elementi distintivi è Seondolbawi, una roccia verticale che si erge vicino alla costa. Secondo una leggenda, un essere celeste si innamorò di una donna che non poté sposare e, per il dolore, si trasformò nella grande roccia. Molte storie dell’isola, come questa ad esempio, collegano il paesaggio vulcanico al mondo delle divinità e degli spiriti.

Sulla parte più alta del promontorio possiamo vedere una piccola postazione tradizionale per i segnali di fuoco e il rilievo di Bulgeunoreum, riconoscibile per il terreno rossastro. Infine il faro bianco, costruito sulla collina crea uno dei contrasti più fotografati della zona, anche se per raggiungerlo bisogna affrontare un tratto in salita e sotto il sole cocente. Noi abbiamo fatto solo un tratto di strada, purtroppo poi il caldo e l’umidità hanno preso il sopravvento e siamo tornati indietro.

Seopjikoji è stato utilizzato come ambientazione per numerosi film e serie televisive coreane.

Gwangchigi Beach e Hado beach

Durante la giornata abbiamo deciso di vedere anche due spiagge Gwangchigi Beach e Hado beach. Gwangchigi Beach si trova lungo la costa orientale di Jeju, tra Seongsan Ilchulbong e Seopjikoji. È un punto panoramico molto particolare, da qui possiamo vedere il profilo del grande cratere di Seongsan.

Il paesaggio cambia notevolmente con la marea. Quando l’acqua si ritira emergono superfici di lava scura, modellate dal raffreddamento avvenuto quando le colate vulcaniche hanno raggiunto il mare.

Gwangchigi è anche il punto d’arrivo del primo percorso del Jeju Olle Trail e l’inizio del secondo. Ed è conosciuta soprattutto come un punto dal cui osservare l’alba.

Hado Beach si trova lungo la costa orientale, in una zona piuttosto tranquilla. La costa è abbastanza ampia e si presta molto bene per passeggiata o brevi soste davanti al mare.

Giorno 9: Udo Island

Il giorno seguente, trovandoci già sulla costa est di Jeju e avendo guadagnato una giornata in più rispetto al programma iniziale, abbiamo deciso di approfittarne per scoprire un’altra isola: Udo. Abbiamo preso il traghetto da Seongsan Port che, in pochi minuti, ci ha portati su questa piccola isola al largo di Jeju. Il nome dice già molto: Udo significa «isola della vacca», perché vista di fianco il profilo dell’isola ricorda una vacca accucciata. Sono poco più di sei chilometri quadrati di superficie e meno di duemila abitanti, al largo della costa orientale di Jeju. I traghetti partono a intervalli di circa mezz’ora, indicativamente dalle 9 alle 17, e la traversata dura un quarto d’ora; l’isola ha due porti, Cheonjin e Haumokdong.

Una cosa da sapere prima di organizzarsi: sull’isola ci si muove noleggiando uno dei tanti piccoli mezzi elettrici disponibili vicino al porto: e-bike, scooter o mini veicoli elettrici oppure utilizzare il bus turistico che percorre l’isola facendo tappa nei principali punti di interesse. Fra le spiagge ci sono Geommeolle, di sabbia nera, Dolcani e Sanho Beach, che è Monumento naturale numero 438, mentre sul lato occidentale si apre la distesa chiara di Seobinbaeksa. I punti più alti di un’isola altrimenti piatta sono l’Udobong e il Someori Oreum, dove si trova anche il faro.

L’isola si gira tranquillamente in giornata, noi abbiamo noleggiato una mini car elettrica e l’abbiamo girata in lungo e in largo. È stata un’esperienza veramente piacevole. La consigliamo a chi ha un po’ di tempo in più a Jeju.

Giorno 10: Seongsan Ilchulbong

Il giorno la sveglia è suonata prestissimo, alle 4 del mattino per andare a vedere l’alba dal Seongsan Ilchulbong. L’idea sulla carta era bellissima, un po’ meno quando abbiamo iniziato a salire con un’umidità intorno all’86% e a ogni rampa sembrava mancare completamente l’aria. Però, una volta arrivati in cima e visto il sole spuntare sul mare, la fatica è passata in secondo piano. Ne è valsa decisamente la pena.

Seongsan Ilchulbong è uno dei paesaggi più iconici di Jeju. È un cono di tufo nato da un’eruzione in mare: l’incontro tra il magma caldo e l’acqua ha generato violente esplosioni, accumulando intorno al cratere strati di cenere e frammenti vulcanici. Oggi il rilievo raggiunge circa 180 metri di altezza e domina la costa orientale dell’isola; il cratere ha un diametro di circa seicento metri. Fa parte del sito UNESCO «Isola vulcanica e tunnel di lava di Jeju», riconosciuto come Patrimonio naturale mondiale nel 2007.

Il nome significa «picco dell’alba», è infatti uno dei luoghi più belli di Jeju dai quali osservare il sole sorgere sul mare. Per raggiungere la piattaforma panoramica si percorre una scalinata: la salita richiede circa una ventina di minuti. Dall’alto si vedono il grande cratere erboso, il villaggio di Seongsan, il mare e, nelle giornate limpide, l’isola di Udo.

Dopo l’alba siamo tornati in hotel per fare colazione e riposare un po’. Più tardi siamo tornati nella zona del Seongsan Ilchulbong per assistere a una delle esibizioni delle haenyeo, le famose pescatrici di Jeju. Peccato che il tempo non fosse dalla nostra parte: il mare era mosso, e quindi niente haenyeo.

Abbiamo quindi cambiato completamente programma e siamo finiti a fare go-kart. “Go” forse è un po’ troppo, visto che andavano più o meno a due all’ora, ma Nicola è comunque riuscito a vincere.

Nel pomeriggio ci siamo diretti verso Jeju City, dove avremmo trascorso l’ultima notte sull’isola in vista del volo del mattino seguente. Lungo la strada ci siamo fermati anche in una spiaggia di cui purtroppo non ricordiamo assolutamente il nome.

Giorno 11: il rientro a Seoul e la prigione di Seodaemun

Rientro a Seoul e ritorno all’Amare Hotel, in zona Jongno, che per noi si era già confermata una base perfetta: centrale, comoda e piena di ristoranti e locali. Dopo aver lasciato i bagagli, ci siamo concessi un pranzo a base di aragoste e poi abbiamo fatto una scelta che vale la pena spiegare, perché dice qualcosa anche sul nostro modo di viaggiare.

Nel programma avevamo inserito la DMZ, la zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord, ma alla fine abbiamo deciso di toglierla: ci è sembrata una tappa ormai molto inflazionata, raccontata spesso nello stesso modo. Al suo posto abbiamo scelto un luogo meno conosciuto, ma capace di raccontare molto di una parte della storia della Corea: La Seodaemun Prison History Hall.

La Seodaemun Prison History Hall offre l’occasione di approfondire uno dei periodi più dolorosi della storia coreana moderna. La struttura fu inaugurata nel 1908 con il nome di Gyeongseong Prison, quando la Corea era già sotto protettorato giapponese. Fu usata per imprigionare numerosi attivisti che lottavano contro l’occupazione coloniale. Molti detenuti furono sottoposti ad interrogatori, torture, lavori forzati ed esecuzioni. Tra le figure più conosciute legate alla prigione c’è Yu Gwan-sun, giovane protagonista del Movimento del Primo Marzo del 1919, morta durante la detenzione.

La storia del carcere non si concluse con la liberazione della Corea nel 1945. La struttura cambiò più volte nome e continuò a essere utilizzata dai governi sudcoreani anche per detenere oppositori politici o partecipanti ai movimenti per la democrazia. Il centro di detenzione rimase operativo fino al 1987, anno di trasferimento nella città di Uiwang. La Seodaemun Prison History Hall fu poi inaugurata nel 1998.

Ilmuseo ospita gli edifici amministrativi, le celle, gli spazi nei quali avvenivano gli interrogatori, i laboratori per il lavoro carcerario, il settore femminile e l’area delle esecuzioni. Una visita completa richiede almeno un’ora e mezza/due.

Deoksugung illuminato e la strada lungo il muro di pietra

Deoksugung è il palazzo più adatto per concludere un viaggio a Seoul, perché ha un orario di chiusura più lungo rispetto agli altri palazzi. Peccato che siamo riusciti ad arrivare 1 minuto dopo la chiusura! il solito nostro tempismo. La storia del palazzo è legata soprattutto agli ultimi anni della dinastia Joseon e alla nascita dell’Impero coreano: dopo il ritorno dalla legazione russa, re Gojong vi stabilì la propria residenza e ampliò il complesso, affiancando agli edifici tradizionali coreani alcune costruzioni in stile occidentale. Deoksugung molto diverso dagli altri palazzi visitati durante il viaggio, almeno così abbiamo letto nelle guide! In un prossimo viaggio cercheremo di non arrivare in ritardo e di non perderci la visita.

Giorno 12: Gyeongbokgung con l’hanbok e il cambio della guardia

Per il nostro ultimo giorno a Seoul abbiamo visitato uno dei luoghi simbolo della città: Gyeongbokgung, il principale palazzo reale della dinastia Joseon e uno dei complessi storici più significativi della capitale.

Abbiamo scelto di visitare il palazzo indossando gli abiti tradizionali Coreani, gli Hanbok, ma con circa 38 gradi è stata un’idea decisamente discutibile. Però le foto sono venute davvero molto carine. Quindi sì, abbiamo sofferto parecchio, ma almeno con un bel ricordo fotografico.

Gyeongbokgung è il palazzo più importante della dinastia Joseon, uno dei luoghi più rappresentativi di Seoul. Fu costruito nel 1395, pochi anni dopo la fondazione della dinastia. Il suo nome significa «Palazzo della radiosa felicità» e richiamava l’augurio di prosperità per il nuovo regno.

Il complesso venne distrutto durante le invasioni giapponesi del 1592, fu ricostruito nel 1867 durante il regno di Gojong, ma nel 1895 l’imperatrice Myeongseong venne assassinata e l’anno successivo il re abbandonò il palazzo rifugiandosi presso la legazione russa. Nel periodo dell’occupazione giapponese gran parte degli edifici furono distrutti o modificati; il grande progetto di recupero iniziato negli anni Novanta è ancora oggi in corso.

Uno dei modi più divertenti per visitare il palazzo è noleggiare un hanbok, in uno dei numerosi negozi presenti nei dintorni. Chi indossa un completo riconosciuto come hanbok, entra gratuitamente nei principali palazzi reali.

Davanti alla porta Gwanghwamun si svolge la rievocazione della cerimonia del cambio della guardia reale. La cerimonia riproduce, secondo le fonti storiche, il passaggio di consegne tra i soldati incaricati di proteggere gli accesso al palazzo e alla capitale durante la dinastia Joseon. Costumi, stendardi, strumenti musicali e armi sono ricostruiti secondo i modelli dell’epoca. L’orario abituale è alle 10:00 e alle 14:00, ma in estate la cerimonia può essere modificata o cancellata a causa della pioggia o del caldo eccessivo.

Dopo la cerimonia, la nostra giornata si è conclusa con qualcosa di molto meno culturale. Ci siamo dedicati prima al nostro benessere con una fantastica seduta di Hair Spa e dopo con del sano shopping.

il giorno seguente è arrivato davvero il momento di salutare Seoul e la Corea del Sud, mettendo fine a un viaggio che si è rivelato molto diverso da come ce lo eravamo immaginato prima di partire.

La Corea ci ha stupiti soprattutto per la sua varietà. In pochi giorni siamo passati dai palazzi e dai quartieri di Seoul ai villaggi tradizionali, dalle città meno conosciute alle spiagge e ai paesaggi vulcanici di Jeju, fino a luoghi che raccontano memorie molto più complesse della storia del Paese.

Seoul, è stata una delle sorprese più grandi. Prima di partire ce l’aspettavamo caotica e un po’ stancante; invece ci siamo sentiti a nostro agio da subito e, quando siamo tornati per gli ultimi giorni, aveva già un aspetto familiare.

E dopo quasi due settimane in giro per la Corea possiamo dirlo: ci torneremmo? Assolutamente sì.

Fonti

  • Royal Palaces and Tombs Center, Korea Heritage Service, per la storia e le date di Changgyeonggung, Changdeokgung, Gyeongbokgung e Deoksugung.
  • Visit Seoul, portale ufficiale della città, per orari, tariffe e informazioni sulla prigione di Seodaemun e su Bukchon.
  • Visit Jeju, portale ufficiale dell’isola, per orari e dati di Seongsan Ilchulbong, delle scogliere di Jusangjeolli e di Yakcheonsa.
  • Korea.net, per il restauro di Hwaseong Haenggung e la riapertura di Uhwagwan e Byeolju nell’aprile 2024.
  • Amorepacific, per l’apertura del museo del tè di Jeju nel 2001 e le informazioni di visita.
  • Stampa coreana, per le restrizioni della Red Zone di Bukchon e la decorrenza delle sanzioni da marzo 2025.
  • Dati di popolazione di Seoul e dell’area metropolitana da statistiche ufficiali e proiezioni demografiche.

Ultimo aggiornamento: ottobre 2026. Orari, tariffe e restrizioni di accesso in Corea del Sud cambiano con frequenza, soprattutto a Bukchon e nei palazzi reali. Verificate sempre sui portali ufficiali prima di partire.

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