Volare con il drone in Bolivia segue regole nuove. Ed è il primo motivo per diffidare di quasi tutto quello che si trova scritto in giro. Il regolamento in vigore risale al 13 agosto 2026 ed è operativo dal 1° settembre 2026. Tuttavia molte pagine internazionali, anche note, descrivono ancora la situazione precedente.
- 1. Volare con il drone in Bolivia: le regole in sintesi
- 2. La norma nuova, e come è fatta
- 3. Registrare il drone: il modulo
- 4. Non serve una patente, ma serve sapere quello che si fa
- 5. I limiti operativi
- 5.1. Dove non si vola mai
- 6. Quando serve l’autorizzazione: il lavoro aereo
- 7. Le aree protette: la riserva Eduardo Avaroa
- 7.1. Le tariffe SERNAP, nazionali e stranieri
- 7.2. Quanto tempo richiede la procedura
- 8. Il Salar de Uyuni è un’altra cosa
- 9. La mappa delle zone: non esiste nemmeno qui
- 10. Attrezzatura e frontiere
- 11. Dove continua
- 12. Fonti
La notizia buona è che la Bolivia è più semplice del Cile, visto che arriviamo proprio da lì per questo viaggio. Non serve una patente per il volo non commerciale. Inoltre gli stranieri sono espressamente dentro il campo di applicazione della norma, e la registrazione del drone si fa con un modulo online. La notizia da leggere con attenzione è che le aree protette hanno un regolamento proprio sulle riprese, con tariffe che per uno straniero arrivano a cifre serie.
Volare con il drone in Bolivia: le regole in sintesi
- Norma di riferimento: BR-108-2026 della DGAC boliviana, in vigore dal 1° settembre 2026.
- Registrazione: obbligatoria dai 200 grammi in su, con un modulo online. Sotto i 200 grammi non serve.
- Patente: non richiesta per la categoria aperta, cioè per il volo non commerciale.
- Limiti: 400 piedi di quota, VLOS (volo a vista) entro 750 metri, 30 metri dalle persone.
- Volo notturno: consentito con luci accese e un osservatore. In Cile non lo è.
- Aree protette: le riprese hanno bisogno di un’autorizzazione SERNAP a pagamento. Il Salar de Uyuni non è un’area protetta.
La norma nuova, e come è fatta
La norma si chiama BR-108-2026 e porta la data del 13 agosto 2026. Il suo campo di applicazione parla esplicitamente di persone «nazionali o straniere». È un dettaglio che vale più di quanto sembri: in molti Paesi la normativa è scritta per i residenti e lo straniero resta in un limbo. Qui no, e per chi vuole volare con il drone in Bolivia da turista è la differenza principale rispetto al Cile.
Il regolamento divide le operazioni in due categorie. La categoria aperta copre il volo non commerciale fino a trentacinque chili di peso massimo al decollo, che è un limite larghissimo rispetto agli standard europei. La categoria specifica, quella delle operazioni più complesse, nel documento risulta «riservata» e non ha contenuto: in pratica nessuno l’ha ancora scritta. Di conseguenza tutto il volo turistico ricade nella categoria aperta.
Una avvertenza sulla fonte, perché siamo precisi su queste cose. Il PDF pubblicato dalla DGAC è una scansione con passaggi rovinati dal riconoscimento del testo, e contiene due sezioni numerate allo stesso modo. I numeri e i riferimenti che riportiamo qui li abbiamo letti su quel documento. Per un volo che conta vale la pena farsi confermare l’articolo dalla DGAC.
Registrare il drone: il modulo
È l’unico adempimento davvero obbligatorio per un viaggiatore. Gli apparecchi dal peso di duecento grammi in su si registrano con il modulo online che la DGAC pubblica nella sua sezione droni; sotto i duecento grammi la registrazione non serve. Poi la DGAC rilascia un certificato di registrazione, e ogni apparecchio deve portare un’etichetta identificativa permanente e leggibile.
Conviene partire dalla pagina droni della DGAC boliviana invece che da un link diretto al modulo. I moduli cambiano spesso, e quindi i collegamenti diretti invecchiano in fretta. Nella stessa pagina si trovano anche il modulo per l’autorizzazione al lavoro aereo e quello per segnalare gli incidenti.
Due dettagli pratici. In primo luogo, i passaggi di proprietà o di operatore si comunicano subito. Nel caso di un drone noleggiato la responsabilità si sposta soltanto dopo che la DGAC ha ricevuto la comunicazione e una copia del contratto. Chi era già registrato prima del 31 agosto 2026 deve aggiornare i propri dati: è un passaggio della transizione alla norma nuova che è facile perdersi.
Registrazione: noi abbiamo compilato il modulo per tutti i droni con cui viaggiamo, nello specifico 3. DJI Mavic 4 PRO, DJI Avata 2 e DJI Mini 5 PRO. Per tutti abbiamo dovuto indicare modello, seriale, il nostro documento identificativo (passaporto) e il peso del drone. Una volta confermato, abbiamo ricevuto la mail su carta intestata con i dettagli inseriti precedentemente.
Non serve una patente, ma serve sapere quello che si fa
Per la categoria aperta la norma non richiede un certificato di pilota UAS. Chiede però che l’operatore rispetti il bollettino della DGAC e il manuale del costruttore, e che abbia conoscenze minime in alcune materie elencate: le procedure del fabbricante, la meteorologia, la navigazione e la manutenzione. In sostanza non c’è un esame: c’è una responsabilità.
L’assicurazione di responsabilità civile, che in Europa diamo per scontata, qui la norma la pretende espressamente solo per i voli dimostrativi. Per le altre operazioni, invece, il testo non impone un obbligo generale. Detto questo, volare senza copertura resta una scelta e non un risparmio, e una polizza che copre l’estero costa meno di qualunque danno.
I limiti operativi
Questi sono i paletti dentro cui si resta quando si vola nella categoria aperta. Arrivano dalla BR-108 e, in ogni caso, valgono per tutti: residenti e stranieri.
- Quota massima 400 piedi sul terreno, circa 122 metri.
- Volo a vista (VLOS) e non più di 750 metri in orizzontale dall’operatore.
- Trenta metri di distanza da chi non partecipa all’operazione, e trenta metri dagli edifici, in orizzontale come in verticale.
- Nessun volo in un aerodromo né entro nove chilometri dal suo punto di riferimento; fra sei e nove chilometri si può con l’approvazione preventiva della DGAC e con un tetto di 200 piedi.
- Decollo da un punto fisso: non si vola da un veicolo, da un’imbarcazione o da un aeromobile in movimento.
- Volo notturno consentito se il drone ha luci di fabbrica accese e visibili, se si resta entro i 750 metri e se c’è un osservatore.
- Dodici ore di astensione dall’alcol prima di operare.
Il vincolo del punto fisso merita una riga in più, perché su un itinerario come il nostro è quello che si rischia di violare senza accorgersene. Si viaggia per giorni su fuoristrada, e la tentazione di far partire il drone con il mezzo che rallenta è esattamente la cosa che la norma esclude. Si scende, si cerca un punto, si vola da lì.
Dove non si vola mai
Sui luoghi vietati l’elenco è quello consueto, con qualche voce locale. Restano fuori le zone proibite, riservate, pericolose e di addestramento. Poi un raggio di due chilometri attorno al Presidente dello Stato. E due chilometri da basi militari e di polizia, carceri e infrastrutture critiche. Gli incidenti si segnalano all’autorità investigativa entro quarantotto ore. Infine le sanzioni previste vanno dal rifiuto della domanda alla sospensione, fino alla revoca definitiva delle autorizzazioni.
Quando serve l’autorizzazione: il lavoro aereo
Qui c’è la zona grigia che riguarda chiunque produca contenuti. La norma distingue la categoria aperta, non commerciale, dal lavoro aereo, che comprende le attività remunerate e le altre attività commerciali. E per il lavoro aereo serve un’autorizzazione della DGAC per ogni singolo volo, richiesta attraverso il modulo online. La fotogrammetria aerea ha un passaggio in più, perché la deve autorizzare anche il Servizio nazionale di aerofotogrammetria.
Dove finisca il volo personale e cominci quello remunerato, per chi gira video che poi monetizza, la norma non lo dice. Non ci inventiamo una risposta. Diciamo come ci comportiamo noi: quando il materiale serve a un lavoro lo dichiariamo, e quando c’è un dubbio lo chiediamo prima invece di spiegarlo dopo a un funzionario. Un’autorizzazione richiesta e non necessaria non costa nulla; il contrario sì.
Le aree protette: la riserva Eduardo Avaroa
Attenzione, perché il permesso aeronautico non è l’unico che serve. Un atto del SERNAP del 2017 regola le riprese e le fotografie nelle aree protette di interesse nazionale. In particolare, chiede un’autorizzazione quando hanno finalità commerciali, culturali, educative o scientifiche. Fra quelle aree c’è la Riserva nazionale di fauna andina Eduardo Avaroa. Sono le lagune Verde e Colorada, Sol de Mañana e tutto il tratto fra il valico e Uyuni.
Il regolamento non nomina i droni, ed è una lacuna che va detta per quello che è: non c’è una riga che li vieti e non c’è una riga che li disciplini. Quello che disciplina sono le riprese, con qualunque mezzo. Il testo invece non affronta la fotografia turistica personale: non la dichiara esente e non la copre espressamente.
Le tariffe SERNAP, nazionali e stranieri
Le tariffe sono giornaliere e distinguono fra richiedenti nazionali e stranieri. Per la fotografia commerciale si parla di cento dollari al giorno per i nazionali e trecento per gli stranieri. Le riprese commerciali costano duecento e seicento. Per lungometraggi, cortometraggi e documentari si sale a seicento e millecinquecento. La ricerca scientifica ha tariffe molto più basse, per area protetta anziché al giorno.
Quanto tempo richiede la procedura
La procedura non è veloce e non si improvvisa sul posto. Servono una lettera al direttore dell’area, il modulo firmato, copia del documento e l’accreditamento originale per le società straniere. Serve anche un piano tecnico operativo con obiettivi, calendario, area geografica, personale, attrezzature, risultati attesi e misure di prevenzione ambientale. Infine, se manca un documento respingono la domanda subito.
Inoltre i tempi dichiarati arrivano a venti giorni lavorativi. Dopo l’autorizzazione si versa la tariffa, più una garanzia in contanti pari al venti per cento. Entrare in un’area protetta senza l’autorizzazione richiesta è fra le attività vietate. Le sanzioni vanno dall’ammonizione scritta alla multa, al sequestro, fino al divieto di accesso da uno a dieci anni.
Anche questo documento è una scansione con parti illeggibili, quindi i numeri sono quelli che abbiamo letto ma andrebbero confermati sulla versione ufficiale. Quindi, per un progetto vero, la lettera al SERNAP viene prima di qualunque preventivo.
Il Salar de Uyuni è un’altra cosa
Questa è la distinzione più utile di tutta la scheda, e non l’abbiamo trovata in nessuna guida. Il Salar de Uyuni non è un’area protetta del SERNAP: è una riserva fiscale, una categoria mineraria con cui lo Stato si è riservato le risorse del sottosuolo, a partire dal litio. Perciò a vigilarci dentro c’è l’autorità mineraria, e non il servizio delle aree protette.
La conseguenza pratica cambia il modo di volare con il drone in Bolivia lungo questo itinerario. Sul Salar si applicano le regole aeronautiche della BR-108 e non il regolamento sulle riprese del SERNAP. Nelle lagune della riserva Avaroa si applicano entrambi. Due regimi diversi nello stesso itinerario di quattro giorni, ed è il motivo per cui una risposta unica alla domanda «si può volare in Bolivia» non esiste.
Una avvertenza, perché la situazione è in movimento: dal 2025 esiste una discussione politica sul perimetro della riserva fiscale, con un progetto di legge sul litio che delimiterebbe una parte del salar come riserva turistica. Se cambia il perimetro può cambiare anche chi comanda su quel pezzo di sale.
La mappa delle zone: non esiste nemmeno qui
Come per il Cile, dobbiamo dire che non abbiamo trovato una mappa ufficiale boliviana delle geo-zone per i droni. Non esiste l’equivalente di quello che in Europa diamo per scontato. In pratica il riferimento resta la pagina droni della DGAC, insieme alle zone proibite e riservate dello spazio aereo. Preferiamo scriverlo che linkare una mappa non ufficiale facendola sembrare tale.
Attrezzatura e frontiere
Per entrare in Bolivia con un drone e con dell’attrezzatura fotografica non servono formalità particolari. In generale, da questo punto di vista il Paese non crea problemi. Il punto delicato è l’altro: su un itinerario ad anello si rientra in Cile, e lì i controlli su chi viaggia con molta attrezzatura possono essere più insistenti. Esiste una dichiarazione doganale cilena gratuita che serve esattamente a prevenire quella discussione, e l’abbiamo spiegata nella scheda sul Cile.
In ogni caso, conviene tenere a portata di mano le fatture d’acquisto dei pezzi più costosi. Va bene anche un video girato in casa con i numeri di serie in evidenza. È un’abitudine che costa dieci minuti e che in Sud America può risolvere una mezz’ora di spiegazioni.
Dove continua
La metà cilena dell’anello ha regole molto diverse, e la racconta la nostra scheda su come volare con il drone in Cile. Il racconto del viaggio, con le lagune, la notte a oltre quattromila metri e il Salar, arriva sul blog al ritorno: Altopiano boliviano e Salar de Uyuni, itinerario di quattro giorni.
Fonti
- DGAC Bolivia, sezione droni, per i moduli di registrazione, di autorizzazione al lavoro aereo e di segnalazione incidenti.
- BR-108-2026, uso e operazione di sistemi di aeromobili non pilotati, approvato il 13 agosto 2026 e in vigore dal 1° settembre 2026. Per categorie, registrazione, limiti operativi, volo notturno e sanzioni.
- SERNAP, risoluzione amministrativa 048/2017, per obblighi, documenti, tempi e tariffe delle riprese nelle aree protette.
- Mongabay, per lo stato di riserva fiscale del Salar de Uyuni e la discussione sul suo perimetro.
- Indicazioni ricevute dall’agenzia e dall’accompagnatore del nostro viaggio, verificate sulle fonti ufficiali e citate come tali.
Ultimo aggiornamento: ottobre 2026. La norma boliviana è entrata in vigore il 1° settembre 2026 ed è quindi recentissima: molte guide online descrivono ancora il quadro precedente. Verifica sempre sulle fonti ufficiali prima di volare con il drone in Bolivia.